lei & lei

Sono diventate conoscenti ai tempi delle medie, per via di amiche comuni..

Probabilmente la loro prima uscita da sole con le amiche, al cinema di sabato pomeriggio , è stata insieme, sull’autobus, verso la libertà.

Alle superiori sono diventate inseparabili.

Era lo stesso autobus che poi tutte le mattine le raccattava verso le 7.00. Lei saliva alla prima fermata e sgomitava per prendere i posti migliori, per lei e la sua amica. Lei saliva all’ultima fermata del paese e trovava uno zaino gigante ad attenderla, sul suo posto, preservato con le unghie e con i denti.

Si facevano quelle 6 ore (nei giorni belli solo 5) di lezione, sempre sedute vicine, gomito a gomito. Ultima fila, per 5 anni. E da lì dietro se la ridevano di gusto, se le raccontavano e si facevano venire male agli addominali. Quel dolore che ti prende, come delle fitte, che solo a quell’età e per tutti quegli anni riuscivi ad avere, poi più, chissà perché …

Lezioni, chiacchiere, risate infinite, lezioni e poi ancora grandi risate, miste ovvio a terrore e panico quando le prof scorrevano il registro in cerca di una malcapitata, e se non era né lei né lei, ancora chiacchiere e risate, fino all’ora della campanella.

Camminavano fino alla fermata con l’acquolina in bocca guardando nella vetrina quei gelati superlativi.

Poi ancora in autobus e lei dormiva e lei la svegliava scendendo alla sua fermata.

E’ arrivata l’università, e ognuna ha fatto il suo cammino. A volte incrociandosi, a volte perdendosi..

Ora quasi non si parlano.

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Navigare.. a vista

Nell’epoca degli smart ..app ..navigatori e simili, mi ostino a utilizzare, nell’ordine: mio papà, il suo vecchio e logoro “Tutto città”, il mio infallibile istinto, le richieste ai passanti.

Ora, io amo essere guardata e appellata come aliena. Mi piace proprio avere l’etichetta di quella diversa, un po’ sfigata, che va in giro per la city con la cartina alla mano.

Detto questo, oggi volevo sprofondare nelle voragini d’asfalto colme di pioggia!!

Appuntamento dalla dottoressa, quella super top che ti fa la visita dell’anno e che devi chiamare 3 mesi prima!! Tempo ovviamente tirato e super-contanto. Uscire prima dal lavoro, passare dal papà per prendere cartina, ragguagli (poco pertinenti in verità…) del genitore, e parto! L’acqua scendeva copiosa, il cielo era grigio che pareva quasi notte, i camion ovviamente andavano a rilento. Cerco allora di far affidamento alle reminescenze di quando ero già andata lì. Mi sforzo, mi sforzo, mi sforzo, MA prendo tutte le corsie sbagliate (svolta se invece dovevo andare dritta e viceversa), rischio così un numero non precisato di incidenti. Manco la strada, che leggo troppo tardi dalla cartina..che scivola mentre è tra le mie mani e il volante. Va bhè, prendo quella dopo, penso io povera ingenua! Eh no, quella dopo ha un bel divieto d’accesso..e anche le due successive!! Giro alla prima a destra possibile, trovo altri mille sensi unici, ormai sono in ritardo, quindi mi si staglia un parcheggio mezzo vuoto e decido di parcheggiare!

Ha qualcosa di famigliare, ma devo scendere dalla macchina, e ovviamente ho parcheggiato su una enorme pozza, apro l’ombrello, prendo borsa, cappello, cartina, e tutti i kit di sopravvivenza. Dato che tutto il resto ha fallito, chiedo ad un passante.. “No, non è quella la strada! E’ a piedi? Guardi deve andare dritto, attraversare là in fondo, proseguire ancora dritto, entrare in zona pedonale, arrivare in fondo, girare a destra..ed è arrivata!”

Dopo aver corso in apnea, mi mancavano giusto gli occhialini, aver fatto visita e messo ad asciugare i calzini sui caloriferi dello studio medico (non sto scherzando, la dott.ssa ha avuto troppa pietà!), finalmente senza l’ansia di un appuntamento rifaccio la mia solita strada del ritorno a piedi e.. ci ho messo 40 minuti per fare un percorso che google maps dà in 28, ma soprattutto.. era il PARCHEGGIO che stavo cercando e non trovavo!!!!

Voglio un’app!!!

Parto?

Ho tante amiche con figli, la maggior parte.

Per il mio bisogno di capire, sapere, avere un’idea precisa, mi faccio sempre spiegare nel dettaglio cos’è accaduto.. nel momento del parto!

“Ma a che ora sei andata in ospedale?”

“Quanto è durato il travaglio?”

“Avevi male malissimo o solo male?”

“Hai fatto la cacca? E la pipì?”

“Oddio, ma ti sei lacerata? Ti hanno tagliato?”

“Ti hanno messo la flebo …?”

E puntualmente quando il racconto soddisfa tutte le domande, ed è un po’ più colorito del “E’ durato pochissimo, la sera ero a cena con mio marito e poi dopo neanche 4 ore avevo partorito” mi sento male.

Una volta stavo proprio svenendo, mi sono dovuta mettere nell’atrio dell’attesa a gambe per aria. Ok che era una giornata torrida di inizio agosto e il tanfo ospedaliero mi fa sempre un po’ l’effetto svenimento, ma quel racconto mi ha dato il colpo di grazia!

Chiara in effetti me lo aveva detto mentre eravamo in ospedale da Laura, dopo uno dei suoi parti: “Non bisogna raccontare il parto a chi non ha partorito!”

Se in futuro dovesse servirmi, potrei sempre fare come la mia mamma quando era in ospedale per partorire il primo figlio: “No guardi, ho cambiato idea, non voglio partorire!”

io?

Nelle situazioni di gruppo, quelle formali, tipo riunioni o peggio corsi di formazione, osservo e non tollero gli altri astanti.

Quella che parla sempre, interviene, anche sopra il relatore, e ne ha da raccontare sempre una più di te, e di tutti.

Quella che sembra una quindicenne, con lupetto e maglia di Snoopy, ma che in realtà tiene famiglia.

C’è anche la tipa dall’alito pesante, evitare di parlarle a meno di 2 m di distanza!

Alcune, le solite, che non spiaccicano parola, sembra che tutto gli scorra e vada oltre.

Le gruppettare, si conoscono, si frequentano, e in pausa se la raccontano.

Io? Ai loro occhi forse sono: sostenuta, sfigata, criptica, sola, gruppettara solo con chi mi garba, e soprattutto… come c….o sono vestita? “Se vuoi ti dò i miei stivali della vecchia stagione, che almeno non ti presenti in scarpe da ginnastica quando la pioggia sta arrivando alle caviglie!!”

sono in tempo

Sono in tempo per crescere.

Sono in tempo per imparare a cucinare come si deve.

Sono in tempo per trovare un lavoro che mi piaccia, e che però mi permetta di mantenermi.

Sono in tempo per un giardino, e un cane.

Sono in tempo per fare un salto in Perù.

Sono in tempo per capirci qualcosa sui rapporti di amicizia.

Sono in tempo per far pace con me stessa e con il mondo.

Sono in tempo per trovare l’hobby della vita.

Sono in tempo per … un blog.